martedì 6 luglio 2010

Heineken Jammin Festival 2010, 3-4 Luglio. (Parte prima)



Mi piace sempre aprire i miei post con una parola o una frase che focalizzi immediatamente il lettore sull’argomento. Quest’anno per definire l’Heineken Jammin Festival, il termine sicuramente più adatto è “prova di resistenza”; una gara di sopravvivenza per tutti e quattro i baldi giovani che tempo fa decisero di intraprendere questa avventura. Una sfida dunque: per me e Lukish, che ci siamo fatti una due giorni intensa al Parco San Giuliano di Mestre; per Grana e Sandro, che seppur messi alla prova solo domenica, hanno dovuto vedersela con i sempre efficienti trasporti pubblici italiani.
Ma andiamo per ordine e soprattutto senza fretta. Mettetevi comodi che di cose ne sono successe in questi due giorni e, come ha ben detto Lukish, è una storia che val la pena di essere raccontata ed ascoltata. E’ giusto informarvi inoltre che mi prenderò qualche libertà per condire con un pizzico di ironia il racconto e meglio intrattenere chi leggerà. Buona lettura allora!
Dunque, inizia tutto alle 7 del mattino di sabato 3 luglio; ovviamente già a quell’ora un caldo opprimente strozza il fiato in gola alla gente ma in confronto a quello che avremmo dovuto sorbirci poi si potevano paragonare quelle temperatura ad una mite giornata primaverile. Pronti e via, la Punto ingombra di tenda, sacchi a pelo, materassini, cambi ma soprattutto litri e litri di bevande: una cosa dall’ultimo HJF io e Lukish l’abbiamo imparata.
Viaggio in autostrada tranquillo, non fosse per la variabile pulotti che prima ci superano sulla destra guardandoci in cagnesco, poi fanno cenno a me di accostare e pensano bene di ispezionare per bene la macchina manco fossimo degli spacciatori. Controllo documenti per entrambi, pure per me che ero il passeggero: se fossi stato rumeno anziché italiano era un problema? Chiudiamo pure qua la polemica.
Arriviamo in perfetto orario al campeggio Forte Bazzera e mentre montiamo la tenda possiamo ammirare lo splendido panorama degli aerei disposti uno in fila a quell’altro a 200 metri da noi. Ce ne andiamo dal campeggio verso il Parco fiduciosi, o meglio dire, illusi che quegli aerei non saranno un problema.
Siamo a qualche kilometro dall’HJF per cui prendiamo un autobus che ci porti a destinazione … l’avessimo mai fatto! Perché è lì, a mio avviso, che ce la siamo tirata addosso. La sfiga dico. A bordo del mezzo pubblico infatti ci accoglie un signore sulla sessantina, a prima vista molto ameno e simpatico, ma che si rivela poi essere un gufo pazzesco, roba che neanche i telecronisti RAI riuscirebbero ad emulare una simile quantità di malocchio. Dopo averci chiesto se eravamo diretti al Festival parte con una tirata sul fatto che la zona è predisposta al maltempo, che la tromba d’aria di tre anni fa era una cosa annunciata e certa (tutti gli articoli a riguardo smentiscono questa cosa) e che con il caldo previsto per il weekend la probabilità di un'altra tromba d’aria e/o temporali era elevatissima. Mentre fa la filippica fa capire implicitamente che noi poveri stronzi che andiamo all’HJF ce lo meritiamo il maltempo. Chiude annunciando sarei svenuto alle ore 3e10 della domenica pomeriggio e comunicando ad un altro ragazzo che avrebbe partorito con dolore al terzo giorno, durante l’esibizione dei Black Eyed Peas. Le strizzate di testicoli si sprecano per lenire la gufata.
Lasciamo lo sciamano della sventura alle sue maledizioni e finalmente entriamo nel Parco San Giuliano. L’atmosfera del festival è la stessa di due anni fa, accogliente e gioviale. Stand con musica, giochi, intrattenimento vario; campetti di basket, calcetto e pallavolo; neanche un cazzo di albero decente dove ripararsi un po’ dal sole; il solito HJF, insomma.
Il primo giorno corre via liscio, fra una passeggiata qua e là, un pisolo e tanta tanta acqua ingerita per combattere il caldo africano. Arriva così in men che non si dica il momento di sentire i gruppi musicali, oserei dire la vera ragione per cui si viene all’HJF.
Partono i Le Carte, uno dei gruppi che ha vinto il contest 2010, e inaugurano il festival alla grande: energici e per nulla intimoriti dal pubblico già abbastanza folto, sfoggiano un ottima prestazione e si meritato i parecchi applausi che gli vengono tributati. Cantano in italiano con testi belli ed orecchiabili, e con un apprezzabile accostamento fra la voce ruvida del cantante e la voce femminile (della batterista), il tutto miscelato da una influenza grunge. Dopo di loro salgono sul palco di Plan De Fuga; anche per loro un ottima performance, molto carichi e con canzoni che spingono. Chiudono il terzetto di gruppi italiani i La Fame Di Camilla, partiti forse un po’ in sordina ma poi usciti fuori alla grande, soprattutto per merito della splendida voce del cantante. Vi consiglio di cercare qualcosa sul web su tutte e tre le band perché meritano.
Arriva poi il momento dei pezzi da 90. Prima gli Stereophonics, davvero molto bravi dal vivo e con parecchie canzoni nel repertorio orecchiabili o comunque già sentite parecchio in giro (Have A Nice Day e A Thousand Trees su tutte). Poi viene il turno dei Cranberries, anche loro meritevoli di essere ascoltati anche se lontani dai generi che piacciono a noi; la loro unica pecca è la mancanza di personalità nel gruppo che come giustamente a fatto notare Luca è rappresentato praticamente solo dalla cantante Dolores O'Riordan.
Quando finiscono i Cranberries ci allontaniamo per rifiatare un po’, mangiare un panino e posizionarci in una zona più tranquilla dove goderci il Main Event. Nel mentre le zanzare ci assediano e lo spettro dello svenimento gufato dallo sciamano del pullman incombe sul sottoscritto a tal punto che mi vedo costretto ad elemosinare dell’Autan ad una MILF 35enne, sfegatatamente interista a tal punto che prima di concedermi l’anti-zanzare vuole appurare che io tifi una squadra accettabile. E’ palesemente una fuori di testa, con un bel fisico però e soprattutto con l’Autan. “Sampdoria”, gli rispondo, e lei si mette a saltare entusiasta al grido di “Pazziniiiiii” e mi concede il tanto bramato spray. Di fianco a lei scopro la presenza di un ragazzo di Bergamo, tale Giancarlo, anche lui arrivato lì prima di me per elemosinare l’Autan e pure lui promosso a pieni voti perché doriano come me. Incredibili i casi della vita! Sto tizio qua poi si rivela essere davvero simpatico, chiacchieriamo un bel po’ prima e durante il concerto ed infine, lasciandomi il suo numero di cellulare, mi invita ad iscrivermi al Sampdoria Club di Bergamo per andare a fare qualche trasferta con loro. Nel mentre la MILF saltella qua e là sfoggiando un seno palesemente rifatto e distraendo tutti i maschi nell’arco di 50 metri dalla visione del concerto. Ancora non ho capito se era contenta per il concerto o per la triplete dell’Inter … mah!
Ma spendiamo due parole per il piatto forte della giornata, gli Aerosmith. La prima cosa che mi viene in mente è: mamma mia! Incredibile la presenza sul palco di questi sessantenni eternamente giovani, esempio perfetto delle rockstar senza tempo. Tengono lo show come se avessero 30 anni in meno e la splendida voce di Steve Tyler fa a gara con i virtuosismi di Joe Perry alla chitarra e Joey Kramer alla batteria. Le canzoni vengono eseguite come se uscissero dai dischi incisi in studio ed, inutile a dirsi, ci ascoltiamo 2 ore di classici del rock scolpiti nella storia del genere. A mio avviso, splendide Jaded, Cry e I Don’t Wanna Miss A Thing, per non parlare di Pink e Rag Doll.
Finisco pure gli Aerosmith e finisce la prima giornata. Ci dirigiamo un po’ provati verso l’uscita ma tutto sommato in condizioni decenti, se non fosse per uno strato di 1cm di sudore e sudiciume vario da scrostarsi appena arrivati al campeggio. Fuori dal parco le navette aspettano per portarci ognuno per la sua strada, ovviamente senza un cazzo di cartello o indicazione utile a chi deve prenderle, queste stramaledette navette. Chiedo ad un vigile qual’è quella che conduce a Forte Bazzera e lui, gentilissimo, si limita a correggermi la pronuncia ma non mi indica il pullman giusto: tu, mio caro vigile, chiunque tu sia, sei un grandissimo coglione. Te lo dico col cuore in mano (e se potessi con un bastone nel tuo deretano).
In un modo o nell’altro arriviamo al campeggio, ci laviamo via il rudo di dosso, ci facciamo dissanguare ancora un po’ dalle zanzare e, teneramente stretti in una tenda microscopica, io e Lukish ci prepariamo ad una romantica notte di campeggio.
E venne così la fine del primo giorno.

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