giovedì 24 maggio 2012

Everybody lies


Possibilità di spoileraggio. Minima, ma la possibilità c'è.

"It me fa pippa!"
Everybody lies.
La frase topica del personaggio più misantropo, astruso e geniale della tv è una verità assoluta, una di quelle cose che, se tenute sempre a mente, aiutano molto nel giudicare le persone o nel valutare le situazioni che ci si presentano davanti ogni singolo giorno.
Questo, dopo otto anni, è il messaggio che più m'è rimasto impresso guardando House: tutti mentono.
Per otto anni mi sono stupito ed entusiasmato davanti alle trame fitte di bugie, da parte dei pazienti come da parte dei personaggi; sia chiaro, non è questo la linea guida di un episodio standard di House, ma la bugia è il perno che fa girare tutta la giostra perchè c'è sempre, onnipresente, sia che sia detta a fin di bene sia che sia per coprire verità scomode.
Tutti mentono in ogni momento, ed House lo sa fare meglio di tutti, fino all'ultimo, per fregarti ancora una volta prima del grande addio.
L'ultima puntata di House, a chiusura di otto stagioni sempre ad altissimo livello di tensione, chiude in realtà un ciclo di tre-quattro puntate che, da qualche settimana a questa parte, ci stava conducendo tenendoci per mano verso un finale drammatico dal punto di vista umano.
Molti dei personaggi principali "storici" si erano già persi per strada nell'ottava stagione: la Cuddy, direttore/amore di House, non si vede completamente per tutta la stagione e, questo va detto, è un assenza che si sente; Cameron anche lei dispersa (salvo comparire nel gran galà finale di tutti i personaggi di House) anche se il suo personaggio, secondo me, si era già esaurito dalla terza stagione; Foreman si defila andando a ricoprire il ruolo di direttore dell'ospedale, e pur rimanendo presente nella trama, incide poco. Rimane sino alla fine della stagione il solo Chase, il mio personaggio preferito dopo lo Zoppo, forse perchè quello più vicino al modo di fare e di pensare di House, nonostante le tante ingenuità e debolezze mostrate nel corso della trama (o forse proprio per questo?).

Mmm ... so sexy
E Wilson?
Wilson, spalla storica di House, il Watson dello Sherlock col bastone, è una mazzata al stomaco che ti arriva nelle ultime puntate e regala una sfumatura realistica, per la sua durezza, che impreziosisce ulteriormente la serie.
Non a caso la penultima puntata, incernierata sul dualismo House-Wilson, è la migliore di sempre a mio avviso, anche meglio dell'ultima.
Anche se l'ultima, diciamocelo, è una puntata che chiude alla perfezione House. Dopo averci spiegato alla fine della prima serie il perchè del suo continuo soffrire ed aver visto un degrado umano progressivo (anche se non lineare) del personaggio, finalmente si arriva all'introspezione totale, allo scavare nelle paure più grandi, all'accarezzare l'idea più proibita per una  mente razionale come quella di House: quella di mollare, di cedere, di schiantarsi.
'Everybody dies' è il titolo dell'ultimo episodio, una scomoda verità umana al pari delle onnipresenti bugie, come dicevamo prima.
E quindi, appunto, everybody lies.
Addio dottor House!


giovedì 19 aprile 2012

Diaz - Don't clean up this blood




Diaz è un pugno nello stomaco.
Sono sicuro di non essere stato l'unico ad aver usato questa espressione ma la verità è che, pur essendo forse banale ed inflazionata, è la frase che meglio rende l'idea su questa pellicola che ha il pregio di raccontare verità scomode che forse alcuni conoscono ma che molti altri purtroppo non hanno mai sentito nominare. 
La regia di Daniele Vicari, personaggio a me completamente sconosciuto (anche se ad onor del vero la mia conoscenza dell'ambiente italiano è veramente limitata), è molto interessante, dinamica e coinvolgente. Forse troppo a volte, ma la crudeltà dei fatti andava testimoniata con obiettività e cinismo per quindi concordo con la scelta del regista. Certo è che, dopo 40 minuti di manganellate a persone perlopiù innocenti, con l'unica colpa di essersi trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato, il magone ti cresce dentro e forse vorresti chiudere gli occhi. Ma a quel punto sei solo a metà del percorso guidato da Vicari e le scene forti devono ancora arrivare. Sembra impossibile ma l'assalto brutale alla Diaz non è crudo ed angosciante quanto le riprese nella caserma di Bolzaneto, che purtroppo ricordano terribilmente immagini già viste nei lager nazisti. Arrivi a pensare che si sia addirittura esagerato, che il regista o lo scenaggiatore si siano fatti prendere la mano, ma quando alla fine del film una scritta ti informa che tutti i fatti descritti sono estratti dagli atti del processo ti si ghiaccia il sangue nelle vene.
Oltre alla regia, molto incalzante e con uno stile quasi "americano", spiccano le interpretazioni degli attori; in particolar modo mi sento di elogiare Claudio Santamaria e il suo sguardo "liquido", come lo definisce Ciak, che rende in effetti l'idea in maniera ottimale del conflitto interiore che il suo personaggio vive: Santamaria interpreta un poliziotto a capo di una squadra, diviso fra i rimorsi di coscenza e l'istinto d'obbedienza ai propri superiori.
Per chiudere, senza dilungarsi troppo, Diaz - Don't clean up this blood è un film da vedere. Può non interessarvi il genere, può non piacervi la violenza, ma i fatti raccontati (quello che Amnesty International ha definito come "La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale.") dovrebbero essere a conoscenza di tutti per fare in modo che mostruosità del genere non avvengano mai più. Mai più.

Vi invito a leggere la pagina di Wikipedia sui fatti del G8 inerenti all'assalto alla Diaz:
Qui invece trovare la pagina di Wiki sul film:


lunedì 2 aprile 2012

Fratelli in erba



Ovvero: Edward Norton fa uso di droga e decide di mostrarlo orgogliosamente al mondo.

Sega isterica per lui, pubblicità per noi.

Intendiamoci, Fratelli in Erba non è un cattivo film. O meglio, rispetto ad altri capolavori senza tempo recensiti in questo blog, spicca leggermente per la qualità della trama e la bravura degli attori. Certo, confrontarsi con opere del calibro di Black Sheep o I Tre Moschettieri non sarebbe facile nemmeno per classici immortali come il Padrino o Shining, ma la vita è dura e gli esami non finiscono mai. E rosso di sera, bel tempo si spera.
Mi ritrovo qua a recensire Fratelli in Erba perchè è un film strano, ma strano forte. Eddy è un gran figo di Hollywood, attore straordinario (non scherzo, guardate Fight Club, la 25a Ora e American History X e poi ne riparliamo) che però non si accontenta e deve sperimentare di tutto, e decide perciò di fare qualcosa di alternativo producendo un piccolo film indipendente che, pensate un pò, arriva addirittura a guardagnare ben 20.000 dollari nel primo weekend di programmazione, uscendo in ben tre sale negli Stati Uniti. Praticamente una cacatina di piccione nel vastissimo mercato cinematografico americano.
Eppure la qualità della trama c'è (da qua spoilero di brutto perciò se non volete leggere andatevene a fa .... farvi un giro nel parco).
Due gemelli: uno stimato professore di filosofia, l'altro un geniale produttore erba in Oklahoma (d'ora in avanti utilizzerò il termine "caramelline" per non urtare gli animi più sensibili). Il gemello "cattivo" si trova nei guai per dei debiti contratti con un ebreo strozzino e richiama a se il fratello "buono" con l'inganno per attuare un altro inganno che inganni la legge. Il buono deve fare da alibi al cattivo andando a trovare la madre (Susan Sarandon) con cui ha un rapporto difficile e che se ne sta in ospizio a fumare caramelline nonostante abbia solo 55, 60 anni al massimo, mentre il cattivo va ad ammazzare il suo problematico strozzino. E sticazzi mi viene da dire. Ovviamente l'Eddy filosofo non capisce che il gemello lo vuole coinvolgere in una attività criminosa, forse perchè la sua linea di pensiero guida non è quella di Aristotele o Platone, ma quella dei Teletubbies. In ogni caso che succede? Eddy cattivo va ad accoppare lo strozzino, l'Eddy buono gli para il culo ingenuamente, ed intanto conosce una dolcissima ragazza poeta che recita versi mentre squarta pesci appena pescati e strappa loro le interiora a mani nude. Il romanticismo in Oklahoma è una cosa particolare.
Tutto bene quel che finisce bene (a parte per lo strozzino)? Eh, magari lo sceneggiatore (di cui parlerò dopo) avesse tagliato il film qua ...
Succede invece che il gemello buono aveva conosciuto sull'aereo per l'Oklahoma un ortodontista stracagacazzo che gli aveva attaccato una pezza incredibile, ebreo come il tizio accoppato, che, guardateildestinoavoltecomèinfamenecapitanodognimannaggia, riconosce il gemello cattivo mentre questi va ad accoppare lo strozzino e fa due più due. Solo che due più due in questo film non fa quattro. Eh no, perchè una persona normale avrebbe chiamato la polizia; invece sto ortodontista prende una pistola e va a minacciare i due fratelli ed inavvertitamente accoppa quello cattivo. La tragedia greca servita così, a freddo. Con quel pizzico di non-sense che non fa mai male!
E' finita qua? Se, magari ...
Il gemello buono, che all'inizio sembrava sbattersene i coglioni del legame con il suo fratello spacciatore di caramelline, ritrova l'amore per il gemello perduto e decide di saldare i debiti lasciati dal morto. Mentre cerca di farlo si becca però una freccia (???) lanciata da una balestra (???) nella panza (non sto a spiegarvi le circostanze, sarebbe inutile) e qua chiudo perchè stiamo cadendo nel paranormale.
Io ve l'avevo detto che era strano sto film.
Se però andate a leggervi la scheda di Fratelli In Erba su Wikipedia e vedete che lo sceneggiatore è nientepopòdimeno che Tim Blake Nelson qualche spiegazione la si ottiene. Chi cazzo è Tim Blake Nelson? E' l'abile sceneggiatore de La Sottile Linea Rossa (ovvero, come ti rifilo un polpettone filosofico-drammatico da 2 ore in cui non succede un cazzo di niente), semplicemente a mio avviso il peggior film mai visto. No forse il peggiore no dai, ma di sicuro uno di quelli che m'ha scottato di più.
In realtà Nelson ha fatto anche un paio di ottimi film, come Donnie Brasco e Fratello Dove Sei. Certo, ha messo la firma anche su Scooby Doo 2 ... insomma è davvero difficile giudicarlo.
Fatto sta che s'è inventato pure sto film qua con Edward Norton, e l'ha pure girato, in maniera discreta per carità, senza sbavature ma carente anche di colpi di genio.
La domanda finale che mi sono posto al giungere dei titoli di coda è stata: ma che cazzo di caramelline s'era mangiato Edward Norton per voler girare e soprattutto produrre un film del genere?
La vita è strana, tanto va la gatta la gatta al lardo che ci lascia lo zampino, non ci sono più le mezze stagioni ...

Dici che se la bevono sta cagata?



giovedì 29 marzo 2012

Racconti mai dimenticati dal CRAL (4): Il Ferragosto



Premessa: trattasi di una versione romanzata di avvenimenti realmente successi. I nomi dei protagonisti sono stati leggermente modificati per evitare di citare direttamente gli interessati alle vicende. Ci tengo a sottolineare che gli eventi narrati non andarono mai in maniera molto diversa da quanto ho riportato.

Il link ai capitoli precedenti di questa burla li trovate qua sotto:
1. La Nascita di Vomit

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Il respiro è affannoso, gli occhi si muovono a destra e sinistra con fare ansioso. Nascosto dietro un angolo, cerchi di non mostrare neanche un capello oltre il bordo del rifugio improvvisato perchè sai benissimo che potrebbe essere fatale e potrebbe avvantaggiare il nemico nell’individuarti. Controllare la paura non è facile, e nemmeno aiuta pensare che chi sta dall’altra parte sta provando le tue stesse sensazioni. L’arma è pesante, più di quel che dovrebbe, e la continui a guardare con ansia per esser certo che sia ancora carica e lo è ancora -certo!- e per un millesimo di secondo ti tranquillizzi. Ma è un flash perchè subito torna la paura, l’ansia di esser scoperto, il terrore di essere colpito.
Questo è il Ferragosto al Circolo.
Come tutti certamente saprete, il quindici di agosto in Italia si festeggia il Ferragosto e metà della popolazione peninsulare si getta nelle piazze, nei parchi pubblici, nelle piscine per lanciarsi addosso gavettoni, per arrampicarsi sui pali della Cuccagna o per giocare ad infinite tombolate che durano fino al mattino.
Ovviamente anche al Circolo la tradizione veniva rispettata anche se noi ragazzi, come sempre, nel corso degli anni abbiamo mano a mano travisato sempre di più la filosofia “giocosa” del Ferragosto fino a farlo diventare più simile ad un livello di Call Of Duty 3 che ad un banale scambio di gavettoni.
Già la scelta delle armi non era prettamente convenzionale; abbandonati gli scomodi e poco funzionali palloncini, vera tradizione ferragostiana ma inadatti ad una battaglia di stampo blietzkrieg (guerra lampo, ndr) dove era richiesto un grande volume di fuoco con tempi di ricarica ridotti, ed abbandonati in partenza strumenti appariscenti ma poco potenti come i fucili ad acqua, io ed il resto degli scalmanati optamo nel corso degli anni per un qualche cosa che potesse garantirci grandi quantità di acqua e praticità nel trasporto, diciamo un equivalente bellico di un bazooka. La stragrande maggioranza, o almeno quelli che poi sopravvissero negli anni ai Ferragosti del Circolo per poter tramandare testimonianze, scelsero come soluzione offensiva il cestino.
Il cestino era l’arma perfetta per quattro motivi: primo, poteva essere trasportato facilmente; secondo, la ricarica di acqua era relativamente veloce; terzo, il volume di liquido poteva essere in certi casi (cestino grosso unito a stazza muscolare notevole) davvero imponente; quarto, se scaraventato contro un povero malcapitato con il giusto slancio, il gavettone da cestino non era troppo diverso dal prendersi un muro lanciato a folle velocità preso in piena faccia. La sola differenza è che non tutti i giorni si vede un muro muoversi per venirti incontro, mentre il giorno di Ferragosto era molto, molto facile ritrovarsi nel mezzo di un conflitto a fuoco a base d'acqua -che ironia della sorte!-.
L’iter per eseguire un perfetto gavettone del Circolo è il seguente: caricare il cestino fino all’orlo in modo che contenga almeno otto o nove litri d’acqua; sollevare il cestino a mezz’altezza sorreggendo con la mano forte la base e lasciando la mano debole attaccata al bordo dell’arma per permetterne il direzionamento; rimanere nascosti dietro ad un ricovero di fortuna (alberi, muretti, ecc) in attesa della vittima che dovrà essere qualcuno che abbia appena scaricato il suo cestino e quindi inerme; uscire dal nascondiglio e prendere velocità con una corsa a brevi passi per evitare che l’acqua tracimi dal cestino durante lo scatto; scaricare tutto il contenuto del cestino contro la vittima ad una distanza massima di 2 metri, meglio se un metro, sempre in corsa in modo che il muro d’acqua impatti con la massima velocità contro l’obiettivo; sfottere ripetutamente lo sfortunato mentre rantola per terra, guardandosi comunque attorno con la coda dell’occhio per evitare di subire la stessa sorte.


Mai, mai dare le spalle ad
un potenziale nemico.



Tornando alla scelta dell’arma (il vero nodo cruciale per il guerrillero del Circolo), era di essenziale importanza appena arrivati mettersi in cerca di un cestino che si confacesse alla battaglia perchè al Circolo i cestini adatti allo scopo erano pochi e bisognava accaparrarseli rapidamente per aumentare le proprie probabilità di sopravvivenza. Esistevano tre tipi di cestini ma solo uno di questi era perfetto per il giorno di Ferragosto: era il Cilindro, un contenitore per i rifiuti che spesso di trovava negli spogliatoi, il cui pregio era quello di essere privo di fenditure o spazi vuoti, il che consentiva, ovviamente, di riempirlo fino all’orlo di acqua. Non molti riuscivano a sfruttare il pieno carico del Cilindro, che richiedeva una grande forza per poter essere trasportato una volta colmato. Ma il bello di quest’arma era la versatilità poichè anche riempito solo a metà, il Cilindro poteva contenere comunque una litratura sufficiente a gavettonare con violenza chiunque senza perdere i pregi di un trasporto maneggevole. Il Cilindro era il sogno di ogni ragazzo al Circolo, era la Ferrari di tutti i cestini.
Gli altri due modelli non erano all’altezza perchè non possedevano le doti elastiche del Cilindro, anche se comunque presentavano qualche vantaggio indubbio.
La Gabbietta era un cestino leggero che si presentava “pieno” per un terzo e reticolato in piccole fenditure come in una gabbia per i rimanenti due terzi. Ovviamente era utilizzabile solo nella parte piena il che voleva dire poca acqua trasportabile ma estrema rapidità nella corsa e nel lancio del carico.
Il suo opposto era la Tinozza, un grosso cestino dotato di maniglie ai lati che si poteva trovare a bordo campo da calcio in grado di contenere un volume di acqua devastante (almeno 40 litri direi) ma che richiedeva due paia di robuste braccia per poter essere sollevato e trasportato qua e là per il campo da battaglia. Era un’arma estremamente macchinosa ma la potenza di fuoco era indubbia, anche se solo una volta ho visto colpire un bersaglio con la Tinozza. Lo portavano a zonzo Gobbo ed Toro Nero, i muscoli tirati nello sforzo di sostenere tutta quell’acqua, anche se forse la cesta avrà contenuto poco più della metà della capacità complessiva. Ad un tratto, puntarono un ragazzo appena arrivato che dava loro le spalle, aspettando quieto il proprio turno davanti ad una fontanella per ricaricare la propria Gabbietta (i ritardatari trovano le armi peggiori, ricordate?). Ricordo perfettamente la scena, sembrò di vedere due leoni individuare una gazzella da duecento chili zoppa. Il loro sorriso famelico presagiva un disastro. Iniziarono a correre con passetti brevi, silenziosi come ninja, attenti a non sprecare neanche un goccio di liquido; quando arrivarono ad un metro e mezzo dal malcapitato, coordinandosi perfettamente lasciarono partire un missile d’acqua diretto dalla Tinozza alla schiena del ragazzo. Qualcuno grido “Attento!” e quello fece appena in tempo a girarsi, prima di ricevere il muro d’acqua addosso. Finì a terra in stato d’incoscenza, dovettero chiamare l’ambulanza per portarlo via. Dicono che quel ragazzo non si sia più ripreso dal trauma. Gobbo e Toro Nero invece ancora se la ridono soddisfatti dopo anni, come due iene.


E' una lotta senza esclusione di colpi.


Quella fu una delle immagini più cruente del Ferragosto, ma non fu certo l’unica. Ogni anno era una lotta senza quartiere per tutta l’area del Circolo, anche se esistevano zone predilette. Sicuramente i punti più caldi erano le fonti d’acqua, meglio se lontane dallo sguardo indiscreto della dirigenza del Circolo che diventava sempre più feroce nel sorvegliarci. Fin da subito il nostro terreno di scontro divenne quindi la zona beach volley che, oltre a fornire sorgenti gelide (temperatura attorno ai 5 gradi, tipo ruscello di montagna) per ricaricare in posizioni strategiche, permetteva anche ai più bastardi di gavettonare persone e poi ricoprirle di sabbia dalla testa ai piedi, facendole somigliare a delle cotolette impanate. Le ragazze, per loro sfortuna meno dotate atleticamente, dovevano spesso subire questo trattamento di “cotolettatura” e ci stramaledicevano educatamente, mentre in realtà pensavano: “Non te la darò mai, stronzo”. L’avessimo saputo forse ci sarebbero state molte meno cotolette in giro per il Circolo.
Va comunque dato onore al merito delle donne del Circolo, grandi combattenti, che raramente si tiravano indietro nell’infuriare delle battaglie del Ferragosto. Furono proprio due ragazze, Margherita e Fener, ad inventare il primo prototipo di arma batteriologica da impiegarsi durante i conflitti. Consisteva nell’aggiungere al cestito pieno d’acqua tre o quattro tipi diversi di bagnoschiuma e/o shampo. Gli effetti potevano essere atroci se il bersaglio veniva colpito negli occhi, anche se in alcuni casi se ne traevano benefici se l’obiettivo era solito evitare il sapone come un gatto randagio. In effetti non è mai stato accertato se il primo scopo delle due ragazze non fosse proprio quello di far fare una doccia a certi puzzoni del Circolo.


L'utilizzo di armi biologiche è una pratica
consolidata nel Ferragosto al Circolo.

Tornando al discorso impanatura nella sabbia, chiaramente anche gli uomini potevano subirla e seguendo la legge naturale di colpire il più debole del branco, Hashish era forse quello che ha subito più ribaltamenti nella sabbia nel corso della storia. Quello che dava più soddisfazione in assoluto era però Parmigiano, come prendere una carpa da quattro chili. Di solito lo assaltavamo in tre: io lo cingevo da dietro cercando di tenergli ferme le zampe, Gobbi lo sollevava per le gambe e, mentre lo lanciavamo nella sabbia del beach per procedere alla cotolettatura, Spacca gli riempiva i boxer da bagno di manciate di sabbia. Ora, dovete sapere che la sabbia del beachvolley del Circolo era ruvida che manco la carta vetra è così abrasiva, e si incollava ed infilava dappertutto. Dopo una impanatura con sabbia del Circolo, una doccia poteva durare dalle due alle tre ore per riuscire a levarsi di dosso tutti quei granelli.
Uno dei grossi problemi, a mio avviso, della battaglia di Ferragosto era che, nell’infuriare dello scontro, non esisteva una divisione in squadre vera e propria, anzi i tradimenti erano certi come le tasse e la morte, ed i voltagabbana proliferavano numerosi e felici come i funghi nel bosco. Ad esempio, poteva capitare che, dopo uno sguardo d’intesa con Spacca per gavettonare Parmigiano, il maledetto ti rovesciasse addosso un Cilindro zeppo di acqua ghiacciata, e mentre ti giravi per scancherare addosso all’infame t’arrivasse nella schiena pure il secchio del Parmigiano. A quel punto solitamente partiva l’urlo fantozziano da dieci secondi e si sveniva per qualche minuto.
La lotta, senza quartiere, durava solitamente poche ore, finchè i combattenti stremati non si accasciavano al suolo con i muscoli frullati dalla stanchezza, mentre i caduti in battaglia solitamente avevano preso così tanta acqua che manco quelli che eran rimasti giù dall’Arca di Noè ne avevano presa tanta. Il terreno passava dall’essere un bel pratino all’inglese al somigliare straordinariamente alle tolkeniane Paludi Morte appena fuori dalle porte di Mordor, solo disseminate di cestini mezzi sfasciati ormai inutilizzati.
Forse era anche per quello che la dirigenza ce l’aveva tanto con noi.

Un giovane alcolista a seguito di traumi
subiti durante gli scontri.

giovedì 16 febbraio 2012

I giullari di corte ed i Ministeri al Nord


Oggi vi racconto una favola. Forse ho spoilerato un pò troppo già nel titolo; avrei dovuto essere più fumoso per mantenere un alone di mistero ed catalizzare l'attenzione dall'inizio alla fine. Beh pazienza, sono sicuro che la bellezza della fiaba accontenterà comunque anche il lettore più difficile.



 I giullari di corte ed i Ministeri al Nord


Prendo in prestito questa splendida immagine di Makkox, seguitelo su Il Post che merita.

C'era una volta (non si può evitare l'incipit classico, sennò che favola sarebbe?!) un Regno più lungo che largo, più alto che altro, ed un Re che governava con intelligenza politica, amore per il popolo, interessi per la crescita del paese e grande senso della giustizia e dell'equità[citazione necessaria] assieme alla sua corte composta perlopiù da giullari e saltimbanchi.
La capitale di questo Reame magico, invidia di tutte le vicine nazioni grette e corrotte, era al centro esatto del paese da tempo immemore, distante dall'estremo Nord quanto dal punto più lontano nel profondo Sud; questa cosa però non piaceva ai giullari del Re che venivano tutti dal Nord, dalla cittadina celtica di Sucate (celebre per ospitare una splendida moschea). Ed i giullari erano invero potenti e controllavano il Re, poichè nel Regno la risata e le pagliacciate erano tutto agli occhi della popolazione, e nessuno sapeva far ridere quanto loro. Per questo motivo il Re era costretto ad accontentare ogni richiesta dei giullari che, come in un mondo al contrario, anzichè sottostare agli ordini del padrone costringevano il sovrano ad accontentare le idee più bizzarre per continuare a far ridere la gente comune.
Venne dunque il giorno in cui i giullari andarono dal Re e gli dissero: <<Buongiorno Sire! Siamo qui per reclamare ciò che è giusto>>.
<<E cosa, di grazia, ritenete non giusto nel Reame?>>, rispose il Re.
<<La distribuzione del potere! Tutti i Ministeri del Regno sono qui, nella capitale, e noi vogliamo invece che Sucate abbia più importanza. Vogliamo i Ministeri al Nord>>, chiosarono in coro i giullari.
Il Re li guardò perplesso (anche perchè non era esattamente uno sveglione) e disse loro: <<Non capisco. I Ministeri devono stare nella capitale perchè essa è equidistante da tutti i confini del regno ed è sensato che sia così. Che capitale sarà mai senza Ministeri?>>.
<<A noi questo non importa>>, risposero allora con determinazione. <<A noi importa far ridere, e nulla farebbe ridere di più la popolazione se non spostare i Ministeri lontano dalla capitale>>.
<<A me pare proprio un idea bislacca, ad essere sinceri>>.
E loro chiusero il discorso dicendo: <<Sposta i Ministeri al Nord oppure ce ne andremo, ed a quel punto sai che perderai il Regno perchè la gente non ti amerà più e non ti seguirà più>>.
Il Re allora dovette cedere al ricatto per poter continuare a governare con saggezza e giustizia[citazione necessaria] ed i giullari vinsero la partita.
Ci fu così una grande festa a Sucate ed i giullari in pompa magna esultarono per la loro città e per l'importanza che le avevano assegnato. Per giorni e notti ci fu festa a Sucate, anche se nel resto del Regno in pochi festeggiaro.
La popolazione si era infatti stufata di queste continue bizze dei giullari e si era stancata anche del Re che accontentava troppo le loro richieste inverosimili. Si sa che la gente è lunatica e così un bel giorno, il Re e la sua corte si ritrovarono destituiti a furor di popolo ed un nuovo Re, noioso perchè non attorniato da giullari, salì al potere. Ma alla gente del Reame andava bene poichè si era proprio stufata di ridere.
Così il nuovo Re iniziò a lavorare, con serietà ed impegno, a risistemare tutte le pagliacciate sparse qua e là per il Regno dalla vecchia corte. Ed una delle prime cose che andò a sistemare fu proprio la questione dei Ministeri, che vennero riportati nella capitale con grande rammarico dei padroni di Sucate.
La storia finisce qua e purtroppo come avete capito finisce in modo triste poichè il Regno adesso era in mano ad un Re che voleva fare solo il Re, e non il cabarettista. Ma alla gente stava bene poichè più nulla gli importava di ridere.
A me però importa eccome, e la notizia della chiusura dei Ministeri al Nord mi fa ridere eccome.




Storia frutto dell'immaginazione dell'autore, fatti e riferimenti a cose e persone sono puramente casuali.