lunedì 21 novembre 2011

Festeggiamenti ambrogini


Su cortese richiesta di un afecionados lettore del mio blog, di cui non farò il nome per non comprometterlo (il suo nome in codice è Tatone86), voglio tentare un improbabile riassunto dei tre compleanni festeggiati a Milano negli anni scorsi. Il difficile, in questa impresa, è ricordarsi tutti i dettagli perchè si sa, l'alcol non è un valido aiutante quando si tratta di andare a ripescare nei cassetti della memoria.
Anzi, prendendo spunto dall'idea di Stephen King ne L'Acchiappasogni, che immagina il cervello come un gigantesco magazzino disposto su più piani, zeppo di scatoloni che rappresentano tutti i ricordi e le esperienze della propria via, ecco, io immagino nel mio archivio che tutta la zona "compleanni festeggiati a Milano" sia stata sommersa da una gigantesca alluvione (alcolica appunto), e che mi tocchi ora andare a ripescare i ricordi da cartoni resi molli e friabili dall'acqua, memorie che si sfaldano fra le mani.
Tralasciando queste peregrinazioni mentali, ricordo distintamente che i compleanni festeggiati sotto l'ombra della Madonnina dalla premiata ditta Marty e Vezz sono stati tre, spalmati in quattro anni. Eh già, perchè dopo il primo glorioso anno di festeggiamenti ambrogini ci si prese un anno sabatico, forse per riprendersi dalla batosta.
Quindi il primo compleanno fu quello del 2007 se non sbaglio a fare i conti. Il programma della serata prevedeva un goccio di spumante a casa della Marty prima di uscire a fare l'happy hour. In realtà io arrivai già un pò badilato al rendezvous a causa di un riscaldamento in vista dei festeggiamenti veri e propri a casa del Mighè, e da lì iniziai una lunga maratona alcolica con il buon Lukish a farmi da spalla. L'errore per lui fu quello di seguirmi in ogni cosa che bevvi quella sera di cui ricordo: un invisibile aromatizzato fragola in cui era assolutamente impossibile riconoscere il sapore del frutto all'interno di quel mix letali di basi bianche; sette chupiti, tutti di sapori diversi ma di cui al momento non ne ricordo nemmeno uno; un long island nel locale a Brera dove incrociamo anche il mitico Arrighe. Il risultato del primo anno fu che il protagonista indiscusso della serata fu proprio Lukish, che dopo la chupiteria perse completamente il filtro serietà e cominciò a fare dei discorsi completamente deliranti, oltre che estremamente divertenti.
La serata purtroppo, dopo quel maledetto ultimo long island, fu ancora molto lunga per me e Lukish. Io, storia trita e ritrita, finii lungo disteso -collassato- nella cucina di Miki, dove tutt'ora una piastrella indica il punto esatto di caduta. Il resto della nottata lo ricordo a tratti vaghi e sfocati, vorrei poter dire per la botta alla testa, ma credo che le cause fossero altre. Rammento solo che dopo la caduta, ci fu la domanda di Miki: "Vezz, ma cosa è successo?", e io da terra, calmo e pacato, risposi: "Eh, son caduto". La mattina mi svegliai addormentato per terra fuori dal bagno, e per una settimana intera la mia coordinazione motoria fu estremamente ridotta.
A Lukish non andò molto meglio. Arrivato a casa della Marty vomitò l'anima nel lavandino del bagno. Poi subì una sveglia ad orari disumani vista la nottata da leone appena trascorsa, e mentre aspettava il treno a Lambrate per tornare a Cremona (dove lo attendeva un faraonico pranzo di famiglia) decise che era il caso di lasciare un ricordino anche in stazione. Infine, appena arrivato a casa, si diresse in bagno per il terzo canto del gallo. Per tutta la settimana ebbe la febbre, e fu il primo caso diagnosticato al mondo di febbre alcolica post-sbronza.
Il secondo compleanno a Milano, dopo un anno sabatico già menzionato, fu nel 2009 e fu probabilmente quello più "tranquillo". Happy Hour al Crash, poi una sbarcata di chupiti in un locale di cui non ricordo nome e location, ma con un proprietario simpaticissimo. Sine mi faceva presente l'altra sera che per ogni chupito nostro, lui se ne tirava giù uno. Non oso immaginare come stia messo il suo fegato. Poi qualcuno a casa ("Non mollare vecchio", direbbe Dario) e qualcun'altro ai Magazzini Generali. Di questa parte della serata due cose hanno meritato di essere conservate nei recessi della mia memoria: l'invisibile più pesante della storia umana, tanto greve da farci tornare sbronzi fradici dopo che, negli spostamenti, la balla accumulata in chupiteria era andata esaurendosi; Grana che gesticola come suo solito come un pazzo, e che così facendo urta il cocktail di Miki rovesciandolo a terra ("E io pago", direbbe Totò, visto che poi gli sbeuri per rimediare al danno li ha tirati fuori il sottoscritto).
Con il terzo festeggiamento milanese invece si è tornati ad avere un trend positivo, perlomento in quanto a stupidità. Sede dei festeggiamenti il ristorante Covo, con i suoi capelli da pagliaccio e con il suo Nero d'Avola, che da allora il mio cervello teme vista la furiosa emicrania del giorno dopo. Serata oltremodo divertente con protagonisti al ristorante l'Ari ed il Ghido, impegnati da metà serata in poi a fottere bottiglie di rosso da tavoli appena lasciati sguarniti dai legittimi proprietari. Poi il bomber, usciti dal Covo, fù il Garo che in preda ad una sbronza colossale ed a crampi allo stomaco lancinanti, improvvisò per una buona oretta una splendida camminata alla Celentano ubriaco.
Ogni anno una sorpresa insomma. E quest'anno, che sorprese ci riserverà?


lunedì 31 ottobre 2011

I Tre Moschettieri, capolavoro assoluto


Quando tanti anni fa vidi per la prima volta (e fortunatamente anche per l'ultima) La Leggenda Degli Uomini Straordinari con Sean Connery pensai che nessun film avrebbe potuto superare un simile capolavoro; si, capolavoro del bruttume. Era assolutamente impossibile creare una puttanata più grossa, ne ero certo.
Tutte le mie certezze sono crollate ieri sera, quando in una serata cineforum gentilmente ospitata dalla Stefy, abbiamo scelto di vedere I Tre Moschettieri.
I Tre Moschettieri è un film veramente incredibile. Andrebbe visto almeno una volta da tutti, dico seriamente, per mostrare tutto ciò che ci può essere di sbagliato nella produzione di un film: dalla regia, al cast, ai costumi, I Tre Moschettieri non sbaglia un colpo, o meglio, li sbaglia tutti.
Ma è la sceneggiatura il vero fiore all'occhiello di questo film. Eh si, perchè chiunque l'abbia scritta (non mi prendo nemmeno la premura di andare a controllare chi sia stato) ha pensato: "Perchè utilizzare la trama originale di Dumas, quel magnifico capolavoro di libro? Molto meglio utilizzare il titolo del volume e poi ficcarci dentro un pò di assurdità, tipo -che ne so- delle navi volanti inventante da Leonardo Da Vinci!". Già, ci sono anche le navi volanti in questo prodigio cinematografico.
Fatto sta che invece che girare una bella trasposizione cinematografica di un grande classico con un intreccio di primissima qualità s'è pensato bene di tirare fuori la classica 'americanata' moltiplicandola per mille e generando una specie di miscuglio fra Pirati Dei Caraibi, Wild Wild West e -appunto- La Leggenda Degli Uomini Straordinari, conservando di fatto solo lo scheletro della trama originale di Dumas e, sfortunatamente, il titolo: i Tre Moschettieri. Perchè alla fine la cosa che mette tristezza è proprio quella, il vedere distrutta una splendida opera in favore di un film che a dargli 3 in pagella gli si fa già un regalone.
Ma passiamo ad una rapida rassegna delle migliori perle del film (spero di ricordarle tutte, se ne dimentico qualcuna inseritela nei commenti):

- Le già citate navi volanti, ideate da Leonardo Da Vinci (???), elemento essenziale per lo sviluppo della trama del film;
- I moschettieri supereroi che vanno a Venezia (???) e si fottono i piani per costruire le navi volanti, in nome della Francia (e l'Italia nel frattempo ringrazia immagino);
- Gli scontro 4 vs 40, naturalmente con i "cattivi" che si affannano come dannati per ferire i nostri beniamini, mentre quest'ultimi mietono vittime e creano orfani bevendosi caffè, grattandosi i testicoli e facendo i poliponi con belle ragazze dal seno prosperoso;
- D'Artagnan, coetaneo di Justin Bieber, che fa il figo manco fosse Batman, che si becca numerosi pali in faccia da Costanza salvo poi farsi una trasferta Parigi - Londra - Parigi rischiando la pellaccia in cambio di un bacio e convinto di essere in presenza dell'amore vero. A me sembrava prostituzione più che altro, sarò io che non sono un romanticone!
- Il Re francese, un culattone palese che però ha una cotta per la Regina ma non sa come rivelare i suoi sentimenti (???). Veste come un frequentatore assiduo dell'Art ma dichiara comunque di essere etero. Al posto di governare pensa ai vestiti. Mah!
- I bagnini (e qua solo chi l'ha visto sa di cosa parlo), e quel povero malcapitato che, arrivato all'ultimo giorno di lavoro dopo 40 anni immerso in una piscina fino alle cosce si vede privare di un anzianità tranquilla e serena a badare ai nipotini da un palo che gli precipita in testa dopo essere stato urtato da una nave gigante (è tutto vero, non sono sbronzo!);
- Milla Jovovich che fa il puttanone a destra e manca, e Orlando Bloom che più che Buckingham sembra George Michael appena uscito da un party di Elton John.

In sintesi, ma che cazzo di film!
Da rivedere assolutamente! :D



martedì 25 ottobre 2011

Considerazioni su Nonciclopedia e la morte di Simoncelli



Cerchiamo di seguire un ordine cronologico.
Circa due settimane fa Nonciclopedia chiudeva, autocensurandosi, a seguito di una denuncia sporta dagli avvocati di Vasco Rossi, per diffamazione (o qualcosa di simile, ma non è quello il punto). L'ingiustizia pareva evidente a tutto il popolo del web, poichè i gestori di Nonciclopedia sostenevano di aver tentato una mediazione più e più volte senza riuscire mai ad avere un feedback da parte dei legali del celebre "rocker" (rigorosamente virgolettato).
Com'è finita? Si è scatenata l'ira feroce della rete a difesa della nobile Nonciclopedia (l'hashtag #vascomerda su Twitter è stato tendenza mondiale per quasi ventiquattro ore) e dopo qualche giorno è stata siglata la pace fra i due contendenti. Vasco (o chi per lui) forse s'era reso conto di aver pisciato fuori dalla tazza.
Ora facciamo un passo avanti. Lo saprete tutti immagino, domenica scorsa un ragazzo di soli 24 anni, solare, raggiante, folle, ha perso la vita sul circuito di Sepang, in Malesia. Beffa del destino, molto probabilmente a privarlo della sua immensa voglia di vivere è stato proprio un amico fraterno, quella campione cui il ragazzo di 24 anni aspirava a diventare.
Ovviamente è esploso immediatamente il cordoglio sul web, superando addirittura i livelli raggiunti da Jobs, ed a mio parere ci stava tutto questo scoramento e questa disperazione, poichè Simoncelli era un ragazzo che trasmetteva una simpatia innata e di conseguenza la sua morte ha scosso parecchio l'opinione pubblica.
Nonciclopedia a questo punto ha fatto il suo dovere, ironizzando su questa triste vicenda come sempre, facendo forse dell'humor un pò nero ma comunque cercando di sdrammatizzare e mantenendosì imparziale nel suo ruolo di "perculatrice" di ogni persona, oggetto o animale esistente sul pianeta. Nè più nè meno di quello che c'era da aspettarsi.
Ma il popolo web come l'ha presa? Male. Ho visto molte persone scagliarsi indignate contro la stessa istituzione che difendevano a spada tratta solo due settimane prima. I social network, Facebook e Twitter in prima linea, sono della brutte bestie poichè stimolano l'ipocrisia della gente. Perchè di ipocrisia si tratta. Quella battuta altro non era che un modo per sdrammatizzare la morte, per prenderla in giro, per cercare di allontanare la paura della morte stessa che molti di noi provano.
A mio avviso, Nonciclopedia ha semplicemente fatto una battuta, e pure divertente a ben vedere. Sono certo che lo stesso Simoncelli leggendola avrebbe riso sparando un "diobò!". E allora fatevela anche voi una risata, su!

Se volete leggere la battuta incriminata: http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/23_ottobre

Se invece volete insultarmi, fatelo di persona, preferisco :)

martedì 18 ottobre 2011

Racconti mai dimenticati dal CRAL (2): Palla Preziosa

Premessa: trattasi di una versione romanzata di avvenimenti realmente successi. I nomi dei protagonisti sono stati leggermente modificati per evitare di citare direttamente gli interessati alle vicende. Ci tengo a sottolineare che gli eventi narrati non andarono mai in maniera molto diversa da quanto ho riportato.

Il link alla prima parte lo trovate qua sotto:
1. La Nascita di Vomit

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Al Circolo, Vomit non era certo una delle personalità più rilevanti. Certo, era salito agli onori della cronaca con un colpo da maestro, un gesto paragonabile al segnare il gol del vantaggio in rovesciata al 93esimo o al riuscire a seguire una puntata di Unomattina condotta da Luca Giurato senza scoppiare a ridere; ma non era sufficiente una fiammata imperiosa per diventare una celebrità al Circolo, ci voleva regolarità e costanza per rimanere nel cuore della gente.
L’incarnazione perfetta di questa filosofia fu senza ombra di dubbio Palla Preziosa.
Il nome, come facilmente intuibile, derivava dall’incredibile attaccamento di questo personaggio verso il suo personale pallone da calcetto, che si portava tutti i giorni appresso assieme al fratello minore (e non viceversa, si badi bene!), che per comodità di narrazione verrà chiamato Palla Preziosa Junior.
La palla in questione, oltre ad essere, come già detto, da calcetto e quindi leggermente più piccola rispetto agli standard, aveva la particolarità di essere gonfiata -quotidianamente ipotizzavamo noi maligni- alla pressione di 800 atmosfere. In simili condizioni estreme, ne risultava una piccola sfera dura come un diamante e con una massa pari a quella di Plutone, tanto che facendo la classica prova del rimbalzo degli arbitri di basket -lasciar cadere la palla tenendo il braccio sollevato sopra la testa- questa precipitava al suolo rimbalzando sul cemento del Polivalente con un rumore secco e sordo (come se qualcuno avesse tirato una martellata al pavimento) crepando il pavimento, e si risollevava da terra al massimo di una decina di centimetri: praticamente aveva la stessa elasticità di un mattone di terracotta!
Pur essendo una palla di merda, Palla Preziosa ne era geloso come se fosse un figlio ed non passava giornata al Circolo senza che lui e suo fratello non facessero una sfida a Portine sul terreno di gioco rosso sangue sbiadito con quella sfera di cemento armato. Li potevi trovare su quel campo a lanciarsi staffilate del peso di 20 kg ad ogni ora del giorno; a volte li trovavamo già intenti a giocare prima dell’una del pomeriggio, sotto un sole che avrebbe potuto sciogliere un sasso. Erano inverosimili, anche per i nostri standard di stupidità estrema.
Ma le sfumature leggendarie del mito di questa palla non si limitavano certo a questo: l’aspetto veramente incredibile è che passavano gli anni ma quella cosa continua a resistere contro ogni sventura, mentre noi consumavamo palloni con lo stesso ritmo con cui Galeazzi assume calorie.
Va detto, a nostra difesa, che era davvero difficile fare della prevenzione efficiente contro le due principali cause di decesso dei nostri supporti allo svago, ossia l’usura e lo smarrimento. La prima era quasi inevitabile poiché le condizioni di gioco erano proibitive per qualunque pallone: un fondale abrasivo che graffiava anche il cuoio più resistente e le cannonate che alcuni di noi sparavano non erano esattamente un toccasana per le nostre palle da calcio. Riguardo al secondo problema invece, lo smarrimento, interveniva prepotentemente il fattore di degrado del Polivalente. Esso era infatti coperto sui due lati più vulnerabili da reti alte una quindicina di metri, e quindi palesemente insufficienti per i cosiddetti “tiri a banana” che spesso se ne uscivano dai piedi dei ragazzi del Circolo (anche dai migliori, sia chiaro); oltre a ciò, le reti erano piene di buchi e fessurazioni causate dal tempo, tanto da far sembrare quelle protezioni simili a delle calze da prostituta piene di smagliature. Fatto sta che vuoi le protezioni inadeguate, vuoi delle abilità calcistiche medie non proprio comparabili con quelle di Messi, i palloni spesso finivano in strada, disperse nei fossi o peggio ancora dai “Matti” (un area dismessa a fianco del Polivalente, estremamente perigliosa da raggiungere, che descriverò meglio in seguito) e noi dovevamo continuamente procacciarci palle nuove.
La vita media di una sfera di cuoio era al massimo di quindici giorni. La “Palla Preziosa” è durata per almeno sette anni. Inverosimile, come i proprietari.
Il motivo di una così notevole longevità comunque era molto semplice: Palla Preziosa teneva in modo ossessivo, oserei dire maniacale, alla propria palla. Ricordo che era praticamente impossibile utilizzarla nella partite a calcetto, perché il proprietario lo proibiva con fermezza. Non che a noi piacesse molto dover calciare un sampietrino del diametro di una spanna circa, ma a volte fra una dipartita di un pallone e il successivo “ritrovamento” di un altro intercorreva un lasso di uno - due giorni in cui rimanevamo a piedi ed allora Palla Preziosa tornava utile. Ma convincerlo era una faticaccia terribile, manco dovessimo tentare di far capire ad Alberto Tomba il Teorema di De L'Hopital.
La cosa però non mancava di darci maligne soddisfazioni, naturalmente.
Ricordo ancora la prima volta che convincemmo Palla Preziosa a prestarci la sua amata per una partita di calcetto; eravamo in dispari con il proprietario del pallone per cui coinvolgemmo anche suo fratello nonostante fosse più giovane di noi. Era comunque dell’età di Scimmietta più o meno, per cui non rappresentava un grosso problema; semplicemente non gliel’avremmo mai passata. Malauguratamente per lui però, in una fase di gioco convulsa proprio davanti all’area della squadra in cui militavano i due fratelli, per spazzare e liberare la difesa, il minore tirò una ciabattata con una coordinazione degna di Jury Chechi -si, ma ubriaco- che fece impennare la sfera in alto con una traiettoria a perfetta campana, che si concluse inevitabilmente al di là della rete che divideva il Polivalente dai “Matti”, per un perfetto scherzo del destino.
Palla Preziosa Junior divenne una maschera di gesso, immobile, terrorizzato, mentre tutti noi, girati verso il fratello, vedemmo l’occhio di Palla Preziosa Senior dilatarsi e riempirsi di panico puro, una paura nera e torbida come il petrolio. Il tempo di sbraitare un “Ale! Sa ghet fat?!” e il proprietario della sfera di cuoio dispersa schizzò verso l’uscita del Circolo correndo come un bufalo (ebbene sì, non era propriamente un fuscello) per recuperare la sua amata, lasciando sul posto una nuvoletta di polvere in pieno stile Looney Toons. Mai visto un ragazzo impanicarsi tanto per una palla da recuperare; solitamente c’era da litigare per scegliere chi doveva incaricarsi del tentativo di recupero.
Ma non era solo il magico pallone a caratterizzare Palla Preziosa, perché poco dopo averlo mitizzato per il suo morboso attaccamento, ci sfoggiò un’altra perla che finì col consacrarlo come uno dei personaggi più caratteristici del Circolo, amato e benvoluto, e nonostante ciò perculato.
Una giornata come un’altra, con i ragazzi intenti a sfidarsi nel solito match di calcetto sotto il sole africano delle tre; la partita era combattuta -come quasi sempre d’altronde- e persino Palla Preziosa ci metteva del suo con impegno, nonostante un abilità calcistica non proprio degna di nota. La divisa era quasi fantozziana da tanto era ricercata: boxer da bagno “ascellari” (impossibile trovare un aggettivo migliore di quello inventato da Villaggio), canottiera in tessuto sintetico nonostante i 50° C e occhiali da vista calcati sul naso, rischiosissimo visto il modo rude di giocare che caratterizzava ogni sfida sul Polivalente.
Ad un certo punto qualcuno della squadra avversaria -non ricordo esattamente chi, forse Toro Nero- cercò il Jolly con una bordata verso la porta calciata appena oltre la metà campo ma il tiro sfortunatamente andò a schiantarsi contro il viso di Palla Preziosa, mandando letteralmente in mille pezzi gli occhiali da vista e facendo crollare al suolo lungo disteso il malcapitato. I più caritatevoli si precipitarono a rialzarlo mentre lui rintontito scuoteva la testa per riprendersi dalla botta pazzesca, i più bastardi invece sghignazzavano come iene per l’ilarità della scena cui avevano appena assistito. I più rimanevano perplessi invece dagli occhiali che, vero che il tiro era potente, si erano sbriciolati con un po’ troppa facilità. Ovviamente i maligni ridevano anche di questo.
Ma le sorprese non erano finite. Palla Preziosa, sollevatosi a fatica da terra, iniziò a perlustrare il campo da gioco per raccattare tutti i pezzi e, dopo averli ritrovati tutti, con un gesto fulmineo delle mani, quasi come il gesticolare di un mago per distrarre il pubblico mentre sfila la carta dalla manica, rimontò gli occhiali che tornarono in men che non si dica nuovi, come se nulla fosse accaduto.
Rimanemmo tutti a bocca aperta, a “catà le musche” per dirla in dialetto, e quei magici prodigi furono chiamati da allora gli Occhiali dell’Ispettore Gadget.


Una raffigurazione teorica della preziosissima palla


sabato 8 ottobre 2011

Mela morsicata o segnapassi?



Pochi giorni fa è morto un grande uomo. Con le sue idee ha migliorato la qualità di vita di tutta l'umanità, rivoluzionando il settore di sua competenza. Se pensate che stia parlando di Steve Jobs, la (X) là in alto per chiudere la finestra è la strada che fa per voi.
Mi sto riferendo a Wilson Greatbatch, l'inventore del pacemaker, un oggetto che ha permesso negli ultimi cinquant'anni di salvare migliaia, forse milioni, di vite.
Ora, fino alla sua morte nemmeno io sapevo chi fosse Wilson Greatbatch. Ma non è questo il punto.
Noi in questi giorni preferiamo osannare l'inventore dell'iPhone piuttosto che dare la giusta visibilità a chi ha contribuito molto al bene dell'umanità. E, sarò matto io, ma ci vedo qualcosa di profondamente sbagliato.
Steve Jobs, non mi stancherò mai di ripeterlo, è stato un grande uomo. Ha ideato strumenti eccezionali che tutt'oggi non hanno concorrenti nel mercato. Quello che mi infastidisce oltremodo è la beatificazione di quello che a conti fatti è stato solo un grandissimo imprenditore, a cui si sta assistendo in questi giorni senza sosta da parte dei media e da parte di tutti in generale (basta scrollare le pagine di facebook o twitter). Vengono citate frasi di Jobs manco fosse Jim Morrison ("stay hungry stay foolish" non è nemmeno sua a ben vedere), c'è chi addirittura lo paragona a Leonardo Da Vinci (da brivido il raffronto), c'è pure chi s'è messo a fare le veglie funebri davanti agli Apple Store.
La società moderna ha bisogno di mitizzare e Steve Jobs è l'emblema perfetto per questo istinto umano malsano. L'istinto del consumismo, come una bestia famelica, nero, feroce, torna sempre a galla.
Ed intanto l'inventore del pacemaker deve accontentarsi di un articoletto a fondo pagina sui siti d'infomazione. Chissà, forse se Steve Jobs avesse avuto bisogno di un pacemaker, Wilson Greatbatch avrebbe avuto più visibilità. Chissà.